martedì 16 gennaio 2018

Vino bio in crescita smisurata

Vino bio in crescita smisurata”, Corriere Romagna 14 gennaio 2017

Da brutto anatroccolo bistrattato a cigno sopra i cieli più tersi. Non conosce mezze vie il vino biologico, i cui numeri di crescita farebbero invidia a qualsiasi indice di ricerca statistico: le superfici vitate negli ultimi due anni sono cresciute del 20%, il settore in valore negli ultimi dieci è salito del 125%. Eppure non tutto quadra. A dirlo è l’enologa Marisa Fontana, nel convegno “Dal mio al bio, vino e sostenibilità”, alla Malatestiana nell’ambito del Romagna Wine Festival, moderato da Maurizio Magni di PrimaPagina. “Nella nostra regione la propensione al bio conosce alti e bassi, molto spesso coincidenti con i finanziamenti per la riconversione delle superfici. Ciò pone una domanda: in quanti credono realmente al bio?”.

Gli fa eco Ruenza Santandrea, coordinatrice del vino dell’alleanza delle cooperative: “Le viticultura biologica è quella certificata da un ente terzo. I controlli devono essere rigidi”. Santandrea allarga lo sguardo: “I nostri vini sono frutto della ricerca degli ultimi 20 anni. Oggi c’è una tendenza a un rifiuto della ricerca e della scienza. Ciò va combattuto anche per la sicurezza alimentare. Purtroppo oggi c’è la convinzione che tutto ciò che è naturale è buono e sano. Non è così, su questi temi non ci si può improvvisare”. Concorda Adamo Rombolà dell’Università di Bologna che ha parlato della necessità di “dialogo tra il sapere contadino e ricerca scientifica”.

Poi c’è la questione dei canali di vendita, grande distribuzione in primis, 70% per il vino. “Il vino bio ha poca riconoscibilità nella Gdo, rispetto ad altri prodotti come l’ortofrutta – afferma Sergio Soavi, responsabile Gdo Cantina del Cerro – Il rischio oggi è quello di banalizzare il biologico e farne uno slogan o una moda. Il vino è un prodotto agricolo, non una commodity: è una relazione che richiede consapevolezza”. E se l’enologo Marco Lucchi ha parlato di bio come “valore aggiunto economico, ecologico e sociale”, Filiberto Mazzanti del Consorzio Vini di Romagna ha sottolineato la necessità di una “maggiore riconoscibilità di territorio come Romagna al di fuori dei confini”.

E dall’Alto Adige ha raccontato l’esperienza della sua cantina Thomas Niedermayr di Maso Gardeberg impegnata sui vitigni resistenti. “Siamo partiti nel 1994, su 5 ettari di superficie, il 95% della produzione attuale sono vini piwi”. Sostenibilità in campagna significa anche sicurezza sul lavoro. “Nel primi 6 mesi di quest’anno sono stati 199 gli incidenti (+3.5%), che hanno causato 90 morti, in crescita del 7 – ha detto Luca Casadei per il Consorzio Piwi – In campagna si muore più che in autostrada”.  

mercoledì 27 dicembre 2017

Davide Oldani, una cucina Pop

Pubblicato su “MilanoMarittimaLife” Winter 2017

Sembrava destinato alla carriera in campo. Non a coltivar l’orto in campagna ma in calzoncini corti dietro a un pallone. Giocava nella Rhodense, attaccante, prometteva bene in C2. Poi qualcosa si rompe (tibia e perone in un colpo solo), la scuola alberghiera diventa la priorità. A 16 anni dalle stelle del football a quelle Michelin alla corte di Gualtiero Marchesi a fare esperienza. “Tu sei come una spugna – gli disse il Maestro - assorbi tutto e poi comincerai a cedere l’acqua che hai trattenuto”. Dieci anni di gavetta, iniziati come aiuto cuoco e terminati da chef. L’inizio di un percorso tutto maiuscolo, approdato nel 2003 al ristorante D’O a Cornaredo vicino a Milano, culla della sua ideazione, la cucina Pop. Quel “Pop” sta per alta qualità accessibile a tutti: prima di lui, qualità e accessibilità, erano considerate un ossimoro. Nel 2008 l’Ambrogino d’Oro dal Comune di Milano, cinque anni dopo in cattedra niente poco di meno che ad Harvard. E ancora, locali a Manila e Singapore, lo scorso anno la nomina dal Coni Food & Sport Ambassador, chiamato come chef a Casa Italia per le Olimpiadi di Rio de Janeiro. Un tourbillon di idee in cucina in continuo movimento.

mercoledì 13 dicembre 2017

Il caso Pantani

Pubblicato su Romagna Gazzette, Dicembre 2017


Raccontava Davide Cassani come ancora oggi il nome di Pantani riservi emozioni e talvolta lacrime al solo nominarlo per la sua vicenda umana e sportiva. Una storia che inquieta e subito fa pensare alla fugacità della vita, al suo strano girotondo di alti e bassi nel giro di così pochi anni. Nel caso del ciclista di Cesenatico, appena sei: dalle vette conquistate a Giro e Tour (1998), agli abissi della solitudine nel 2004. Tante sono le pubblicazioni sul Pirata, dalle strettamente sportive e memorialistiche, alle cronachistiche e giudiziarie, da riempire un intero scaffale di biblioteca, in genere pressoché sgombro alla voce “sport”. 

La babele si aggiunge di un ulteriore volume, “Il caso Pantani. Doveva morire” (Chiarelettere, 2017), scritto dal criminologo Luca Steffenoni. Il libro non dà risposte ma pone interrogativi (tanti) ripercorrendo un percorso di vita contrassegnato da salite, discese e cadute, così come i capitoli del volume. Tutto nasce dalle rivelazioni del criminale Renato Vallanzasca, secondo il quale “mandante” del fermo sportivo precauzionale del campione a Madonna di Campiglio del 1999, fosse la camorra per un giro di scommesse clandestine di circa 200 miliardi di lire. In un Giro d’Italia praticamente in cassaforte, dominato in lungo e in largo da Pantani, la sospensione per un livello di ematocrito (non doping) superiore al consentito sarebbe stata ordita da un complotto in gande stile e a più livelli. Fantascienza? Neanche tanto, visto che la tesi è stata fatta propria dal Tribunale di Forlì tornato su quegli eventi. 

Le incongruenze su quegli esami in effetti furono tante. Tre hanno del clamoroso: la non scelta della provetta, il non prelievo di un ulteriore campione di sangue per le eventuali controanalisi, il livello di ematocrito nella norma sia la sera prima sia dopo il prelievo la mattina a Madonna di Campiglio. Poi c’è la questione degli ultimi giorni. E anche qui l’autore pone più di un dubbio sul suicidio, avvenuto in maniera alquanto insolita nelle modalità, il soffocamento da cocaina via bocca. Tutto ciò porta Steffenoni a sostenere che “Pantani forse doveva morire, perché rappresentava una spina nel fianco non solo di chi aveva commesso l’illecito di Madonna di Campiglio, ma anche per i tanti che con la camorra in quegli anni avevano fatto affari”. Una verità assoluta difficilmente sarà mai accertata, anche per le oggettive difficoltà degli anni trascorsi, restano le gesta del campione che mai nessun tribunale e fatto di cronaca potranno cancellare. 

sabato 2 dicembre 2017

Il romanzo del Vecio

Pubblicato su Romagnagazzette, Ottobre 2017

A 90 anni dalla nascita, giusto per non rendere la ricorrenza una scatola vuota, è consigliabile ripercorrere la vita in contropiede di uno degli allenatori il cui indice di gradimento ha conosciuto gli sbalzi da montagne russe col maggior grado di pendenza: Enzo Bearzot. Per farlo è utile rileggersi il libro intervista di Gigi Garanzini, “Il romanzo del Vecio”, pubblicato in diverse edizioni, tra le ultime in economica da Baldini e Castoldi. Già l’introduzione è maiuscola, firmata da Indro Montanelli negli inediti panni di cronista prestato allo sport. Che al solito non le manda a dire, tanto da scrivere: “l’Italia ha avuto due soli, veri commissari tecnici: Vittorio Pozzo ed Enzo Bearzot”. Una frecciata neanche tanto velata ad Arrigo Sacchi, colui che volle più di tutti cambiare mentalità e Dna del difensivismo italico. Ma al di là dell’Indro nazionale, è il personaggio Bearzot quello che lascia il segno, in un racconto che allontana la patina della tipica riservatezza friulana, per aprire i cordoni di un cuore che forse solo nel momento dell’innalzamento della Coppa del mondo nel 1982 era stato senza freni.
Alcuni passaggi sono quelli di un galantuomo consapevole del ruolo non solo sportivo di un commissario tecnico, nel quale il senso etico mai è venuto meno. Non si spiega altrimenti la frase, ancora oggi purtroppo di attualità: “ho un cruccio, non essere riuscito a civilizzare il pubblico, non avere fatto abbastanza per combattere il tifo”. Solo chi ha un alto senso morale del proprio operato può inerpicarsi in pensieri del genere, per certi aspetti profetici guardando ai tempi d’oggi dove la vittoria è la sola religione in campo e fuori (“il bello della sconfitta sta innanzitutto nel saperla accettare”). E ancora della “Bibbia bearzottiana”, il culto del gruppo, prima ancora degli schemi, secondo gerarchie ben precise: “una squadra si regge sui vecchi prima che sui giovani. Il giovane ti dà la gamba, il vecchio la testa”. Tesi sperimentata in due spedizioni mondiali da annali (Argentina e Spagna). E a rimarcare che la classe non è acqua, la cultura della fiducia, quella a cui basta una stretta di mano per mantenere un impegno, in un contesto contrassegnato da parecchi leoni in carriera incapaci di rispettare contratti addirittura firmati (vedi alla voce Matarrese). Insomma, un personaggio d’altri tempi, la cui modernità è attuale. E proprio per questo da assurgere nella categoria dei classici. 

lunedì 27 novembre 2017

Benedetti, Corrado


“Tra il pallone e la bici”, La Voce di Romagna 23 maggio 2011

Corrado Benedetti è uno di quei personaggi la cui carriera è stata un tutt’uno con la sua città: Cesena. Non che non abbia valicato i confini della cittadina malatestiana. Anzi, la serie A l’ha conosciuta anche col Bologna, a Perugia è stato capitano, a Catania lo chiamavano Briegel. Calci oltre cittadini, quindi, ne ha dati, eccome. Solo che a Cesena ha mosso i primi passi lungo tutta la trafila delle giovanili, e sempre coi bianconeri ha fatto il suo esordio come allenatore. Ci incontriamo in un bar nella sua San Vittore, e si presenta in tenuta ciclistica dopo avere fatto svariati chilometri in bici, da sempre l’altra sua grande passione. Partiamo proprio da qui, dal suo amore per il ciclismo.

mercoledì 22 novembre 2017

Bean, Gastone

“Fiuto del goal d'altri tempi”, La Voce di Romagna 12 Aprile 2010

Il suo è un calcio d’altri tempi, quando le sostituzioni non c’erano, la tecnica contava ancora qualcosa, il giocatore sapeva fare un dribbling. Tipo schivo l’attaccante col fiuto del gol, Gastone Bean, decisamente fuori moda nel calcio d’oggi. Romagnolo d’adozione - vive a Bellaria da oltre 40 anni - nella sua carriera dal 1956 ha vestito le maglie di Milan, Genoa, Napoli e Spal. Senza dimenticare quattro presenze nella Nazionale, insieme a Boniperti, Schiaffino e Ghiggia. Bean - in inglese sta per “fagiolo”, anche se lui è di origini goriziane - non ama farsi intervistare. È da anni che non ne concede una. Non gli piace vivere di ricordi, tuffarsi nel passato. La conferma me la dà lui stesso, quando ci vediamo in un bar a Bellaria: almeno tre volte mi ripete, “dopo che ho detto di sì all’intervista, mi son subito pentito”. Della serie, devo ritenermi fortunato.

martedì 21 novembre 2017

Intervista a Pierluigi Zama

(Corriere Romagna, 19 novembre 2017)

Cesena – Tre anni fa un eccesso di piogge, quest’anno una siccità da far paura. Mai come negli ultimi anni il mondo del vino, e più in generale il sistema agricolo, ha dovuto fare i conti con le bizzarrie del clima. Ne è testimonianza la recente vendemmia che ha registrato in regione un -25%, pari a circa 2 milioni di ettolitri in meno. Facciamo il punto della situazione con Pierluigi Zama, Presidente Assoenologi della Romagna.

Di seguito l'intervista completa

venerdì 1 settembre 2017

Sognando Paolo Rossi

Pubblicato su Romagna Gazzette, settembre 2017



Ci sono date e momenti che rimangono scolpiti nelle parti più intime di noi. Sono parte del nostro essere, tanto quanto il nostro Dna. In molti casi coincidono con eventi epocali sportivi. Riti di condivisione di massa, molto spesso anche solo strettamente personali come ha raccontato Nick Hornby nel celebre “Febbre 90”. Un momento certamente di condivisione collettiva è stato il mondiale del 1982. Quello del Paolo Rossi che all’inizio non ne faceva una buona neanche con la benedizione congiunta di Papa-Buddha-Maometto, quello che improvvisamente trasformava in oro (cioè gol) tutto ciò che toccava. Racconta bene cosa è stato quel Mondiale lo scrittore Maurizio Malavasi nel romanzo “Sognando Paolo Rossi” (Ultra editore). Un racconto ben fatto che si legge tutto d’un fiato, immersione nel clima di euforia di un avvenimento destinato a passare alla storia. Tutti ricordano dove erano il 5 luglio di quell’anno, quando Paolo Rossi mandava in lacrime una delle Selecao più forti di tutti i tempi, così come dolce si fa la memoria l’11 luglio in quel Bernabeu tinto di azzurro. Malavasi ci fa rivivere quel periodo attraverso la storia di tre amici, delusi dalla vita per ragioni diverse (lavoro perso, fidanzata mollata sull’altare, truffa), che se ne vanno a Barcellona non per vedere l’Italia ma per recuperare del denaro. È l’inizio di un’avventura che non può che incrociarsi con il clima di quel Mondiale, attraversato dall’euforia di anni nei quali si guardava con fiducia all’avvenire. Ed è proprio questa immersione nei colorati anni ’80 a lasciare il segno, come racconta uno dei protagonisti del romanzo: “C’era una energia positiva, una creatività in quegli anni che oggi non esiste più. C’era un ottimismo, c’era una sana dose di spensieratezza nonostante vivessimo dentro l’incubo della minaccia nucleare e della Guerra fredda”. L’esempio vivente di quel clima è proprio Paolo Rossi, personaggio passato “dal fango di una squalifica ingiusta e dagli insulti, alle celebrazioni nelle canzoni e nei testi letterari”. La sua è la parabola di una interna nazione, di un popolo come ha testimoniato la mostra ospitata a Cesenatico questa estate “Paolo Rossi great Italian emotions”. Da leggere anche la prefazione di Carlo Nesti presente in Spagna come giornalista Rai che racconta diversi aneddoti di quella magica spedizione.

sabato 1 luglio 2017

Il calcio totale di Sacchi

Romagna Gazzette, luglio 2017


Su Arrigo Sacchi, il più grande rivoluzionario della storia del calcio italiano, si è scritto di tutto di più. Probabilmente poco si è scandagliato sulla sua romagnolità. O meglio, sul nesso tra la sua idea di gioco e la terra dove è nato, cresciuto e tuttora vive. Una mano in questa direzione ce la dà la sua autobiografia raccontata insieme a Guido Conti, “Calcio totale”, uscita da Mondadori due anni fa, ripubblicata da poco in versione economica negli Oscar. Sacchi dice di essere “nato con una doppia anima, una lombarda e una romagnola. Quella lombarda mi viene da mio padre, con il senso del lavorare duro, del sacrificio, dell’impegno e della perfezione per ottenere risultati. L’anima romagnola, sognatrice ed energica, viene da mia madre Lucia, e affonda le radici nella terra”. E’ evidente che il calcio del tecnico di Fusignano si è più nutrito di organizzazione e metodo, anziché di sogno, tant’è che in un altro passaggio del libro scrive che il 90 per cento del successo arriva dallo studio, dal lavoro e dalla pianificazione. Dunque, spazio per la creatività ce n’è poco. Eppure Sacchi dimentica un elemento che con ogni probabilità ha influito su di lui molto più di quanto immagini. È un tratto del Dna dei romagnoli, particolare humus del ravennate: la cultura del fare le cose insieme figlia della cooperazione. A differenza dei riminesi, terra di mezzadri, i braccianti del ravennate storicamente hanno messo da parte il loro individualismo per mettersi insieme e fondare le prime cooperative d’Italia. Un esempio lampante è il mitico teatro socjale di Piangipane, creato dalla Cooperativa Agricola Braccianti, all’inizio del secolo. In anni nei quali i soldi erano pochi, dei braccianti decidono di costruire un teatro. Il gioco di Sacchi, in fondo, è stata l’applicazione del modello cooperativo dentro un rettangolo di gioco, dove al singolo viene anteposto il collettivo, il gioco di squadra. Una cultura decisamente nuova nel panorama nutrito di ego della cultura italiana. Non a caso Sacchi eleva la sua concezione di calcio a un piano quasi morale: “una vittoria senza merito non è una vittoria”. La bellezza e il gioco per lui sono un imperativo quasi etico. E quando il suo disegno si è incontrato con quello di un altro “sognatore”, Silvio Berlusconi, ecco che quel mix di romagnolità e cultura lombarda è deflagrato a livello internazionale tanto da annoverare quel Milan tra le squadre più belle della storia del calcio. “Romagna solatia dolce paese” scriveva il Pascoli. Ecco, Sacchi ha trasfuso quei versi in mezzo a un campo di gioco. Chapeau!

giovedì 1 giugno 2017

Verona campione: ma davvero?

Romagna Gazzette, giugno 2017

Ci sono fatti che ancora oggi non si spiega come siano potuti accadere. Ufo sbarcati sulla terra che non si capisce la loro provenienza né il loro sistema solare. L’unica certezza è il luogo di atterraggio della navicella e il periodo della loro permanenza, lunga il sogno di una stagione. L’astronave è il Verona calcio, l’aeroporto lo stadio Bentegodi, l’anno di grazia il campionato 1984-85. “Signori, vi rendete conto che questo Verona può vincere il campionato?”, chiedeva ai lettori Candido Cannavò a metà stagione sulla Gazzetta dello Sport. Ma no, dai è una burla, una Candid camera scanzonata, uno Scherzi a parte ante litteram. Possibile che una squadra costruita con parte degli scarti di altri possa vincere quello che in quegli anni era il campionato più bello del mondo? E invece è avvenuto proprio così, sembra strano “Ma è successo davvero”, come titola il volume di Furio Zara edito da Ultra sport. La data dell’incoronazione è il 12 maggio 1985, il percorso è il set di Hollywood, appellativo del nostro torneo in quegli anni. Come dargli torto quando in campo vedevi gente come Maradona, Zico, Platini, Rumenigge, Falcao e tanti altri. “Gli anni Ottanta sono stati per il calcio italiano lo zenit, il punto più alto”, scrive Zara. E proprio per questo ha dell’incredibile la vittoria del Verona, 17 giocatori in rosa, due stranieri (Briegel e Elkiaer), l’allenatore Bagnoli che a inizio stagione dice chiaro chi gioca e chi va in panca. Osvaldo Bagnoli, ecco la chiave di tutto. Schopenhauer secondo Brera, personaggio poco sorridente, mai in cravatta, poche parole sempre centrate: “Mi piacciono i campioni, ma mi piacciono anche i porta borracce”; “Una squadra è fatta di equilibrio. Adesso devo solo parlare molto più di prima per spiegare com’è e come non è, la rava e la fava”. Prima porta il Cesena in serie A, l’anno dopo va a Verona dove conquista subito la massima serie, poi arrivano un posto in Coppa Uefa e due finali di Coppa Italia. Impossibile credere solo alle casuali coincidenze davanti a risultati simili, tanto più in casa di una provinciale. Lo scudetto è il coronamento di questo percorso raccontato in questo bel volume che ha il solo limite di essere un po’ troppo ripetitivo in alcune parti.